Il silenzio degli innocenti (a volte mica tanto) videogiochi scaricabili

Digital delivery.
Da incensare, per carità: la possibilità di reperire videogame da Internet ha aperto una miriade di porte, che un tempo neanche si immaginavano.

Mi viene da pensare subito a Steam: tanti bei videogiochi venduti a basso prezzo, e acquistabili tenendo le parti più nobili del nostro corpo ben salde sulla sedia.
Eppure mi vien da pensare anche a tutti quei videogiochi -il cui numero in futuro forse accrescerà- che escono, anzi nascono, sotto forma di episodi: in un tempo non meglio precisato saranno poi “completati”.
Il rischio in cui incorrono alcuni videogiochi sorti sotto tali auspici è che siano figli di un dio minore. E faccio due nomi recentissimi: From Dust e Age of Empires Online.

L’hype per From Dust è iniziato dall’E3 del 2010. Inutile dire che la firma di Eric Chahi ha contribuito moltissimo ad incrementare le attese di chi sperava in un god game da Dio (bel gioco di parole, eh?) (almeno fate finta).
E’ uscito su Windows il 17 agosto, e in molti (tra cui me) sono corsi a scaricarlo. Appena installato, si scopre di dover fornire alcuni dannati dati ad Ubisoft (il gioco non parte se non vi iscrivete al loro servizio), ma ciò che mi fa saltare più di un nervo è che è necessaria una connessione ad Internet per lanciare il titolo: fortunatamente, almeno su questo, la casa di Montreuil è ritornata sui suoi passi, il 9 settembre scorso.
Superata l’odiata schermata di accesso, inizio a giocare.

Il titolo è bello, ha un gameplay seducente, ma c’è qualcosa che non va: muovere l’Anelito (il vostro mezzo per interagire con il mondo, una sorta di mano di Black & White, ma più limitata nella libertà di azione) è un po’ macchinoso. E soprattutto, il gioco finisce troppo presto. Beh, vien da dire, è ovvio: per 14,99 € è difficile attendersi qualcosa in più. Eh no, purtroppo quando si parla di fruizione di opere (anche digitali) il cervello umano non ragiona in questo senso. Quando si tratta di fame (culturale), il nostro cervello è ingordo: se ha assaggiato qualcosa di bello, ne vuole ancora. Non all’infinito, ma abbastanza da ritenersi soddisfatto.

Prendiamo ora il caso di Age of Empires Online, che dovrebbe offrirci un contesto leggermente diverso: è free-to-play.
Non mi pronuncio sulla bontà del gameplay, visto che non ho provato il titolo, ma è con i capelli rizzati che ho appreso che il Season Pass (un abbonamento che garantisce degli sconti su tutti i contenuti acquistati nei sei mesi successivi) arriva a costare ben 99 £. Alla faccia del free-to-play.
Cosa c’entra questo, direte voi, con i videogiochi privi di supporto ottico (tra l’altro esiste anche una versione scatolata, più completa, di Age of Empires Online). C’entra, perché con l’addizione ingannevole free-to-play + digital delivery ci si aspetta che il giocatore sborsi più quattrini: poco importa se un titolo nella sua interezza arriva a pagarlo più del doppio dei videogiochi normali (in scatola). Avreste pagato, nel 2002, 99 £ per Warcraft II? Eppure la consistenza ludica era (ed è) enorme, così come la longevità (grazie alle partite su Battle.net). Il caso di Age of Empres Online è abbastanza raro, ma la direzione di una tale filosofia (anche se intrapresa con meno estremismo) preoccupa.

Il circolo virtuoso è quindi rappresentato da quei videogiochi che, via digital delivery, propongono un assaggio gustoso, a modico prezzo, di portate ottime. Che poi saranno proposte nella loro interezza.
Dubito infatti che il modo di porsi di titoli come From Dust o Sonic 4 – Episodio 1 possa incontrare l’amorevole accoglienza dei videogiocatori. E non dimentichiamo neanche altre strade non meno biasimabili, che sfruttano ancora il concetto di “episodi”: per Starcraft II gli sviluppatori intendono creare una saga di tre capitoli (con una sola razza ciascuna) nell’arco di un intero lustro. E chiedendo, di volta in volta, probabilmente lo stesso prezzo.

A me sembra che ci sia un po’ di confusione in giro: e alla rinfusa i developer ne approfittano per spillare qualche soldo in più. Ben vengano i capitoli, quasi sempre regolari, di Sam & Max o Half Life 2, che della loro natura episodica ne fanno una onesta bandiera. Ma shakerare scriteriatamente la formula, rischia di disgustare e basta.

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